Monday, September 04, 2006
L'uomo che si mangiava le parole
Si vedeva poco in giro, e pochi avevano scambiato un saluto con quel bizzarro omettino.
Non era chiaro come avesse speso la sua vita, che' piu' tanto giovane non era.
Qualcuno diceva fosse stato medico, qualcuno un prete, altri sostenevano fosse stato impiegato alle poste, altri ancora insegnante di liceo (a tal proposito qualche megera del quartiere sussurrava fosse rimasto invischiato in qualche pericolosa attenzione affettiva verso un suo allievo).
Certo e' che nessuno era mai entrato nel suo minuscolo appartamento per un caffe' o per chiedere del sale grosso.
E lui si faceva piccino, quasi a non voler essere notato, anche se nei suoi occhi guizzava una luce
come a dire "Vedrete di cosa sono capace, signori miei".
La stanza in cui lavorava, arredata con pochi vecchi mobili di rigattiere, era cristallizzata in un dignitoso ordine: una piccola scrivania, come quelle che si mettono nella stanza dei bambini, una sedia che forse aveva visto i fasti di una sala da pranzo borghese, una libreria con i volumi disposti in ordine maniacale, che davano l'impressione di non essere aperti da anni.
Sul tavolo, una abat-jour a lampioncino, di quelle con quella specie di padella rovesciata, con l'interruttore che fa click-clock e il cono di luce concentrato e rotondo sopra i fogli di carta.
Gia', i fogli di carta: abbondavano in ogni angolo della stanza, impilati in bell'ordine, ingraffettati, raccolti in cartelline, sembravano il frutto di una certosina catalogazione, o di qualche immane lavoro bibliografico.
Tutti scritti minutamente, di una grafia che non lasciava trasparire emozioni, ma soltanto, a tratti, la fatica dello scrivere, con qualche sghiribizzo di cedimento fisico, poche, pochissime correzioni, nessuna concessione alla trasgressione del disegno, dello schizzo, dell'appunto.
Quella sera l'omettino era particolarmente soddisfatto.
Finalmente, dopo giorni, mesi e anni in cui aveva cercato la sua storia da raccontare, in un guizzo di genio era riuscito a scrivere qualcosa di veramente originale, qualcosa che gli avrebbe dato fama e ricchezza, e forse una casa con una stanzetta in piu'.
Ogni scrittore degno di questo nome cerca "la" storia degna di farlo ricordare e lui finalmente era riuscito a incatenarla a quei fogli, ora ordinatamente messi uno sopra l'altro; gli dava un senso di appagamento prendere tra le mani quel blocchetto solido di carta, e continuava a picchiettare sui bordi del parallelepipedo, in modo che fosse perfetto, allineato e liscio come il bordo di un vero libro.
Poi l'interruttore dell'abat-jour fece click-clock e lui se ne ando' a dormire, felice.
Durante la notte, fece uno stranissimo incubo.
Sogno' di un omettino bizzarro con strani guizzi negli occhi che entrava nella sua stanza delle parole.
Dopo essersi guardato intorno quasi annusando l'aria, prendeva un foglio a caso dei tanti messi in bell'ordine, lo guardava sorridendo, lo alzava in aria, apriva la bocca e ... prodigio .... tragedia ... le parole cominciavano a scivolare giu' verso la sua lingua, prima affastellate una sull'altra, giu' nella bocca, poi a piccoli rivoli, giu' in gola, e infine come un unico fiotto generoso.
Finito un foglio ne prendeva un altro, schioccando ogni tanto la lingua come fa un degustatore esperto.
Nella mente del dormiente s'era scatenato l'inferno. Che poteva fare per fermare quello scempio?
Trattandosi di un sogno, gli bastava svegliarsi, alzarsi per accarezzare i suoi preziosi fogli e tornarsene a dormire.
E se non fosse stato un sogno? Se per qualche misterioso motivo l'altro fosse stato realmente in grado di mangiarsi le parole, le sue parole? Era un momento terribile, doveva assolutamente fare qualcosa.
Doveva scrivere quello che gli stava succedendo, qualunque fosse stata la fine di quella brutta storia.
Fu cosi' che si alzo' e per forza di cose dovette affrontare il mangiatore di parole, ma non subito.
Perche' all'inizio lui comincio' a scrivere su un foglio bianco, narrando gli avvenimenti, preso dalla smania di descrivere ogni particolare di quella incresciosa situazione, fino a quando l'altro, il mangiatore, non ebbe l'ardire di mettere il suo occhio goloso sopra i fogli della "sua" storia.
Ah no, questo no! Impugno' la sua biro a modo di coltello, e gliela ficco' profondamente nel collo fino a quando non vide sgorgare il sangue, gli occhi dell'altro sbarrati, confusi, e poi perfino delusi.
Non ci mise molto a crollare a terra, e lui rimase a guardarlo mentre si contorceva sempre piu' lentamente, fino a rimanere immobile nel suo stesso sangue.
Nel frattempo l'omino scrittore pensava divertito a quanto puo' essere micidiale una biro usata nel modo giusto.
Quando tutto fu finito, la lampada fece nuovamente click-clack, e lui torno a letto, veramente soddisfatto.
Lo trovarono il giorno dopo. Era morto.
Nel suo letto, sereno, con una espressione soddisfatta.
Il medico che stilo' il suo referto scrisse "cause naturali", d'altronde non c'era motivo per complicarsi la vita con altre supposizioni.
L'unica cosa che non scrisse, ma su cui non si fece troppe domande, era quel rivolo di inchiostro che scendeva dall'angolo della dell'omino, giu' giu' fino al collo, all'altezza della giugulare.
Uscendo dal minuscolo appartamento, il medico penso' tra se e se: "Ma guarda questo matto: ha la casa piena di fogli bianchi e neanche una penna per scrivere. Bah, che storia del cazzo".
 
posted by Dreadbull at 10:30 PM | Permalink |


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